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lunedì 2 aprile 2012
"I rifiuti non esistono" in un mondo che si ricordi di essere "circolare"
* di Marica Di Pierri *
Parla il chimico statunitense Paul Connett: "A Roma bisogna chiudere la terribile Malagrotta. Ma la strada non è l'incenerimento. Chi costruisce termovalorizzatori non andrebbe mai a vivere vicino all'impianto"
«I rifiuti non esistono». È questo l'assunto di partenza della teoria di Paul Connett, chimico statunitense e teorico della strategia rifiuti zero, in Italia in questi giorni per un ciclo di conferenze. Nella tavola rotonda organizzata a Roma mercoledì dall'università La Sapienza attraverso il centro studi Citera del professor De Santoli, Connett ha parlato dell'ormai famosa strategia «Zero Waste» partendo dalla necessità, non più rimandabile, di cambiare modello di società.
«Abbiamo un problema di fondo - spiega Connett - Dalla rivoluzione industriale abbiamo imposto un modello di civilità lineare a un pianeta che funziona in modo circolare. Nell'attuale modello economico la linea retta che passa è: estrazione-produzione-consumo-smaltimento in discarica, senza ritorno. Negli equilibri naturali al contrario le cose funzionano in maniera circolare».
«Abbiamo un problema di fondo - spiega Connett - Dalla rivoluzione industriale abbiamo imposto un modello di civilità lineare a un pianeta che funziona in modo circolare. Nell'attuale modello economico la linea retta che passa è: estrazione-produzione-consumo-smaltimento in discarica, senza ritorno. Negli equilibri naturali al contrario le cose funzionano in maniera circolare».
Applicando i passaggi previsti della Zero Waste Strategy (dalla riduzione al porta a porta, a compostaggio, reciclaggio, riutilizzo e riparazione, etc), è possibile secondo Connett reintegrare la ciclicità anche nel sistema economico. Il punto di partenza del ragionamento è la centralità del tema dei rifiuti. Un tema strettamente connesso al dibattito sul modello di sviluppo che l'esplosione delle crisi ha reso inevitabile, come anche alla riflessione sulla necessaria transizione verso un nuovo modello energetico distribuito e non accentrato. In un siffatto scenario modello energetico e chiusura del ciclo dei rifiuti possono forse essere funzionali l'uno all'altro...
Certo. Qualsiasi oggetto di uso quotidiano richiede com'è noto una certa quantità di energia per la sua produzione. Bruciando rifiuti negli inceneritori recuperiamo una parte infinitesimale di questa energia, con grandi costi ambientali e sociali. Ridurre e riciclare vuol dire al contrario risparmiare energia a monte per l'estrazione e la produzione di nuove materie prime ed oggetti. Inoltre i residui organici posso essere usati per l'agricoltura, piccoli impianti per bio gas etc. Le due questioni camminano a fianco, non a caso le iniziative di questi giorni parlano della necessità di andare verso una società a emissioni e a rifiuti zero.
Emissioni zero e rifiuti zero. Ciclicità dei processi e rispetto dei cicli naturali. Le reti sociali che lavorano sulla giustizia ambientale e sociale ragionano sulle stesse categorie. A giugno si ritroveranno a Rio de Janeiro dove si terrà il Summit sulla sostenibilità di Rio+20. A vent'anni di distanza dall'Earth Summit del '92 e di fronte al fallimento del concetto di sviluppo sostenibile, il centro del discorso sarà la necessità di ragionare sulla rifondazione di alternative concrete su cardini nuovi: giustizia ambientale e sociale, democratizzazione dello sviluppo, giusta sostenibilità. E' un problema di giustizia, dicono, non una crisi ambientale e basta.
Sono del tutto d'accordo. Sono convinto che la situazione attuale nasconda un gigantesco problema di giustizia. Ad esempio ribatto sempre a chi promuove inceneritori che stanno proponendo qualcosa che non li preoccupa perchè vivono lontani dagli impianti: ciò che accade alla salute della gente e le conseguenze che producono non sono affar loro. Occorre invece pensare a soluzioni che valgano e diano beneficio a tutti.
Altra questione di grande attualità riguarda i modelli di gestione del ciclo dei rifiuti. Si va verso l'accentramento di funzioni attraverso multiutilities il cui processo di privatizzazione pare divenuto inarrestabile..
Dal mio punto di vista è preferibile la gestione pubblica, ma l'elemento davvero qualificante è la partecipazione dei cittadini nel processo. Per la buona riuscita di una strategia è fondamentale che i cittadini collaborino con i decisori politici per definire l'applicazione di un piano integrato. Come con l'energia occorre anche qui ricreare senso di comunità. Chiaramente ciò è più problematico quando si applica alle grandi città, ma è possibile realizzare anche in grandi centri urbani una gestione su piccola scala legandola a dimensioni territoriali minori, ad esempio municipi o quartieri.
Roma è l'esempio perfetto. L'emergenza è tale che i comitati raccolti nella Zero Waste Lazio hanno lanciato per il prossimo 31 marzo a Roma una manifestazione che intende riunire le vertenze laziali a quelle campane, mobilitazione alla quale parteciperà anche lei. La rete ha anche presentato una delibera di iniziativa popolare «Per Roma verso Rifiuti Zero» con la quale chiede alle istituzioni l'attuazione di una strategia di Riduzione-Riutilizzo-Riciclo-Recupero affinchè anche Roma possa seguire gli esempi di città virtuose come S. Francisco o Buenos Aires. Lei conosce bene l'emergenza che vive la nostra regione. Se fosse l'incaricato di risolvere la situazione, da dove inizierebbe?
La primissima cosa sarebbe fermare l'orribile Malagrotta. Nel mettere a punto una strategia generale occorrerebbe invece lavorare immediatamente alla separazione universale dell'organico, come prima tappa essenziale. La seconda tappa riguarda le discariche situate nei centri urbani e nelle loro vicinanze, che dovrebbero essere messe in sicurezza e bonificate costruendo a fianco impianti che separano i materiali residui. La terza tappa sarebbe localizzare all'interno dei centri urbani luoghi dove si fanno riciclo, riuso e riparazione e pensarli come villaggi, come comunità. Occorre costruire a livello locale, dei centri di riuso e riparazione nei quartieri che poi siano integrati con il resto della rete di reciclaggio e trattamento dei rifiuti. Il sindaco di Londra ha aperto 9 centri di riparazione e riuso, investendo 12 milioni di dollari. Se lo fa una città come Londra, anche Roma potrebbe e dovrebbe farlo. Basterebbe avere la volontà di farlo.
La primissima cosa sarebbe fermare l'orribile Malagrotta. Nel mettere a punto una strategia generale occorrerebbe invece lavorare immediatamente alla separazione universale dell'organico, come prima tappa essenziale. La seconda tappa riguarda le discariche situate nei centri urbani e nelle loro vicinanze, che dovrebbero essere messe in sicurezza e bonificate costruendo a fianco impianti che separano i materiali residui. La terza tappa sarebbe localizzare all'interno dei centri urbani luoghi dove si fanno riciclo, riuso e riparazione e pensarli come villaggi, come comunità. Occorre costruire a livello locale, dei centri di riuso e riparazione nei quartieri che poi siano integrati con il resto della rete di reciclaggio e trattamento dei rifiuti. Il sindaco di Londra ha aperto 9 centri di riparazione e riuso, investendo 12 milioni di dollari. Se lo fa una città come Londra, anche Roma potrebbe e dovrebbe farlo. Basterebbe avere la volontà di farlo.
* da Il manifesto 31 marzo 2012
sabato 31 marzo 2012
Roma, il sindaco Gianni Alemanno vende mezza Acea per tappare il buco di bilancio
di Gabriele Paglino *
A rilevare parte delle quote azionarie della prima distributrice in Italia di acqua, sono pronti alcuni istituti di credito e il Fondo strategico della Cassa Depositi e Prestiti. Altro progetto della giunta è la holding Roma Capitale: maxi contenitore in cui confluiranno tutte le spa del Comune. Vendere tutto e subito, prima che sia troppo tardi. Sembra essere questo l’imperativo della giunta capitolina, guidata da Gianni Alemanno.
Interessi inclusi, il debito di Roma Capitale ammonta infatti ad oltre 12,5 miliardi di euro. E allora, come anticipato dal Corsera meno di un mese fa, si inizia da Acea, l’azienda municipalizzata che gestisce i servizi di elettricità ed acqua, e la cui maggioranza delle quote (51 per cento) è in mano proprio al Comune di Roma. Il provvedimento non sarebbe ancora definito in tutte le sue parti, “per questo motivo – spiegano dall’assessorato al Bilancio – la riunione della giunta, inizialmente prevista per ieri, per l’esame del bilancio previsionale, è slittata a venerdì”.
Ma Alemanno ha le idee chiare e il suo piano lo ha già esposto ieri alle parti sociali: scendere al 30 per cento della partecipazione nella multiutility, vendendo il 21 per cento delle azioni. Subito. In modo da poter incassare un assegno di oltre 200 milioni di euro. “Ce lo chiede il Governo”, si sente riecheggiare dal Palazzo Senatorio. Il decreto Monti però impone agli enti locali di ridurre fino al 30 per cento le partecipazioni nelle società di servizi, entro giugno 2015. Che fretta c’è, visto che nel 2015 potrebbe non essere più Alemanno il sindaco di Roma? E soprattutto “dal programma di apertura e vendita ai privati , previsto dal decreto sulle liberalizzazioni – ricorda il CRAP, Coordinamento Romano Acqua Pubblica – vengono esclusi l’acqua e i servizi di distribuzione di energia (gas e elettricità). Se il Comune dunque cede le quote, non solo viene meno agli accordi con i quali è stata data in affidamento ad Acea ATO2 (spa controllata da Acea) la gestione in house del servizio idrico integrato – denuncia il CRAP – ma tradisce il voto referendario di oltre un milione e duecentomila romani”. Ad appellarsi all’esito del referendum del 12 e 13 giugno 2011 è anche il capogruppo Pd di Roma Capitale Umberto Marroni: “Non capiamo la velleitaria ipotesi di cessione di quote visto il risultato chiaro del referendum”.
L’accelerazione dell’operazione da parte di Alemanno farebbe presumere che “l’acquirente sia già stato trovato”: uno dei possibili candidati potrebbe essere Francesco Gaetano Caltagirone (l’imprenditore romano è il secondo azionista della società), che lo scorso mese ha venduto sul mercato lo 0,03 per cento delle sue quote, scendendo al 16,23 per cento di azioni detenute. La vicenda è seguita con attenzione pure dall’altro socio privato, il colosso francese Gdf Suez (che detiene l’11,5 per cento). Anche se adesso Alemanno si dice intenzionato a tener fuori i due azionisti di minoranza. “Eviteremo che chi già possiede più del 2 per cento del pacchetto azionario, possa comprare le quote messe in vendita dal Comune”, ha detto il sindaco alle parti sociali.
A rilevare parte delle quote azionarie della prima distributrice in Italia di acqua, sono pronti allora alcuni istituti di credito e il Fondo strategico della Cassa Depositi e Prestiti. “Una fetta poi – ha detto il sindaco – andrà in Borsa”. Ed proprio da lì che Caltagirone potrebbe continuare a comprare (il costruttore ed editore del Messaggero, nel giro di due anni, ha più che raddoppiato le sue quote in Acea). Poco chiare ancora le modalità della cessione. “Sulle società quotate – dice Alfredo Ferrari del Pd – la legge prevede la possibilità di trattativa privata con un investitore privilegiato”, cioè senza riversare i titoli sul mercato. Ipotesi questa inizialmente presa in considerazione, ma scartata in un secondo momento.
Il leitmotiv del Campidoglio pare essere “mettere in vendita proprio tutto… il vendibile”. Prima della manovra di bilancio, sarà presentata infatti in Assemblea capitolina un altro progetto per far cassa: la holding Roma Capitale. Un maxi contenitore in cui confluiranno tutte le spa del Comune, quelle indebitate e quelle godono di ottima salute: Ama (rifiuti) e Atac (trasporti) in primis, ma anche Zetema (la società che gestisce i musei e i siti archeologici della capitale), Risorse per Roma, Aequa Roma, Roma Metropolitane ecc…Una volta costituita, parte delle quote della holding verrebbero poi vendute. Insomma accorpare tutto per riuscire a dar via il 40 per cento delle aziende dei rifiuti e dei trasporti, entro la fine di quest’anno, come prevede la legge (trasporti pubblici e raccolta e smaltimento rifiuti sono gli unici servizi pubblici locali che verranno aperti al processo di liberalizzazione), al miglior prezzo.
Sarebbe difficile infatti poter piazzare sul mercato le quote di aziende disastrate con oltre 700 milioni di debiti (Ama). Più appetibile potrebbe forse essere, in vista soprattutto dell’aumento dei biglietto previsto per giugno, l’azienda che gestisce in house il servizio di trasporto urbano di superficie e metropolitano (Atac), ma i conti sono ancora lontani dall’essere riordinati. Insomma in due mosse Alemanno affosserebbe il voto di un milione duecento ventisettemila romani che hanno detto sì alla gestione pubblica dell’acqua, dei trasporti e dei rifiuti. “Il governo Monti non è il vangelo – attacca Marroni – il sindaco non approfitti della deriva neoliberista per fare forzature e svendere le società di Roma Capitale”. E promette: “Solleciteremo il Presidente del Consiglio per chiedere una moratoria ad un provvedimento ideologico che rischia di dare un altro colpo al tessuto industriale della città”. Non è solo l’opposizione ad attaccare le scelte infauste del sindaco. A chiedere un dietrofront sulla dismissione del 40 per cento di Atac e Ama, sono stati gli stessi assessori alla Mobilità (Antonello Aurigemma) e all’Ambiente (Marco Visconti), che hanno persino minacciato le dimissioni. Anche i lavoratori delle due municipalizzate sono già sul piede di guerra. E Alemanno, sulla privatizzazione di trasporti e rifiuti, adesso temporeggia. Se ne riparlerà in una delibera successiva. Intanto “col Bilancio di adesso saranno avviati la costituzione della holding (in cui come detto entreranno anche Atac e Acea) e il processo di privatizzazione di Acea”.
Ma Alemanno ha le idee chiare e il suo piano lo ha già esposto ieri alle parti sociali: scendere al 30 per cento della partecipazione nella multiutility, vendendo il 21 per cento delle azioni. Subito. In modo da poter incassare un assegno di oltre 200 milioni di euro. “Ce lo chiede il Governo”, si sente riecheggiare dal Palazzo Senatorio. Il decreto Monti però impone agli enti locali di ridurre fino al 30 per cento le partecipazioni nelle società di servizi, entro giugno 2015. Che fretta c’è, visto che nel 2015 potrebbe non essere più Alemanno il sindaco di Roma? E soprattutto “dal programma di apertura e vendita ai privati , previsto dal decreto sulle liberalizzazioni – ricorda il CRAP, Coordinamento Romano Acqua Pubblica – vengono esclusi l’acqua e i servizi di distribuzione di energia (gas e elettricità). Se il Comune dunque cede le quote, non solo viene meno agli accordi con i quali è stata data in affidamento ad Acea ATO2 (spa controllata da Acea) la gestione in house del servizio idrico integrato – denuncia il CRAP – ma tradisce il voto referendario di oltre un milione e duecentomila romani”. Ad appellarsi all’esito del referendum del 12 e 13 giugno 2011 è anche il capogruppo Pd di Roma Capitale Umberto Marroni: “Non capiamo la velleitaria ipotesi di cessione di quote visto il risultato chiaro del referendum”.
L’accelerazione dell’operazione da parte di Alemanno farebbe presumere che “l’acquirente sia già stato trovato”: uno dei possibili candidati potrebbe essere Francesco Gaetano Caltagirone (l’imprenditore romano è il secondo azionista della società), che lo scorso mese ha venduto sul mercato lo 0,03 per cento delle sue quote, scendendo al 16,23 per cento di azioni detenute. La vicenda è seguita con attenzione pure dall’altro socio privato, il colosso francese Gdf Suez (che detiene l’11,5 per cento). Anche se adesso Alemanno si dice intenzionato a tener fuori i due azionisti di minoranza. “Eviteremo che chi già possiede più del 2 per cento del pacchetto azionario, possa comprare le quote messe in vendita dal Comune”, ha detto il sindaco alle parti sociali.
A rilevare parte delle quote azionarie della prima distributrice in Italia di acqua, sono pronti allora alcuni istituti di credito e il Fondo strategico della Cassa Depositi e Prestiti. “Una fetta poi – ha detto il sindaco – andrà in Borsa”. Ed proprio da lì che Caltagirone potrebbe continuare a comprare (il costruttore ed editore del Messaggero, nel giro di due anni, ha più che raddoppiato le sue quote in Acea). Poco chiare ancora le modalità della cessione. “Sulle società quotate – dice Alfredo Ferrari del Pd – la legge prevede la possibilità di trattativa privata con un investitore privilegiato”, cioè senza riversare i titoli sul mercato. Ipotesi questa inizialmente presa in considerazione, ma scartata in un secondo momento.
Il leitmotiv del Campidoglio pare essere “mettere in vendita proprio tutto… il vendibile”. Prima della manovra di bilancio, sarà presentata infatti in Assemblea capitolina un altro progetto per far cassa: la holding Roma Capitale. Un maxi contenitore in cui confluiranno tutte le spa del Comune, quelle indebitate e quelle godono di ottima salute: Ama (rifiuti) e Atac (trasporti) in primis, ma anche Zetema (la società che gestisce i musei e i siti archeologici della capitale), Risorse per Roma, Aequa Roma, Roma Metropolitane ecc…Una volta costituita, parte delle quote della holding verrebbero poi vendute. Insomma accorpare tutto per riuscire a dar via il 40 per cento delle aziende dei rifiuti e dei trasporti, entro la fine di quest’anno, come prevede la legge (trasporti pubblici e raccolta e smaltimento rifiuti sono gli unici servizi pubblici locali che verranno aperti al processo di liberalizzazione), al miglior prezzo.
Sarebbe difficile infatti poter piazzare sul mercato le quote di aziende disastrate con oltre 700 milioni di debiti (Ama). Più appetibile potrebbe forse essere, in vista soprattutto dell’aumento dei biglietto previsto per giugno, l’azienda che gestisce in house il servizio di trasporto urbano di superficie e metropolitano (Atac), ma i conti sono ancora lontani dall’essere riordinati. Insomma in due mosse Alemanno affosserebbe il voto di un milione duecento ventisettemila romani che hanno detto sì alla gestione pubblica dell’acqua, dei trasporti e dei rifiuti. “Il governo Monti non è il vangelo – attacca Marroni – il sindaco non approfitti della deriva neoliberista per fare forzature e svendere le società di Roma Capitale”. E promette: “Solleciteremo il Presidente del Consiglio per chiedere una moratoria ad un provvedimento ideologico che rischia di dare un altro colpo al tessuto industriale della città”. Non è solo l’opposizione ad attaccare le scelte infauste del sindaco. A chiedere un dietrofront sulla dismissione del 40 per cento di Atac e Ama, sono stati gli stessi assessori alla Mobilità (Antonello Aurigemma) e all’Ambiente (Marco Visconti), che hanno persino minacciato le dimissioni. Anche i lavoratori delle due municipalizzate sono già sul piede di guerra. E Alemanno, sulla privatizzazione di trasporti e rifiuti, adesso temporeggia. Se ne riparlerà in una delibera successiva. Intanto “col Bilancio di adesso saranno avviati la costituzione della holding (in cui come detto entreranno anche Atac e Acea) e il processo di privatizzazione di Acea”.
· da: ilfattoquotidiano.it, 15 marzo 2012
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mercoledì 7 marzo 2012
In quelle case noi non c’eravamo
di Ranieri Razzante *
1.081.698 unità immobiliari urbane mai dichiarate. Una rendita (definitiva o presunta) pari a 817,39 milioni di euro. Secondo il Dipartimento delle Finanze, più di 450 milioni di gettito evaso.
Parliamo dei potenziali fabbricati non presenti nelle banche dati catastali, i cosiddetti immobili fantasma. Non scopriamo solo oggi, di certo, il fenomeno, ma i numeri, quando ufficiali, riflettono una realtà ben differente dall’immaginabile. Eppure l’attuale sistema dei controlli (quello basato sulla sovrapposizione delle ortofoto aeree ad alta risoluzione alla cartografia catastale) o semplicemente incrociando i dati delle utenze (telefoniche, forniture di luce, gas..), non consente – o non dovrebbe consentire – scampo a quei “furbi” che intendevano nascondere sotto il tappeto..una casa!
Certo, è da domandarsi cosa pensassero i proprietari delle suddette case, su quali ragionamenti basassero la loro evasione: magari erano semplicemente convinti che le autorità, per i controlli, contassero i comignoli all’orizzonte per sapere il numero degli immobili in città. Chissà!
Quello che sappiamo è che anche stavolta il sud – ahinoi! – mostra il peggio di sé: la maglia nera va a Cosenza (quasi 19.000 immobili scoperti), seguita da vicino da Reggio Calabria (più di 17.500); non fa meglio Roma (quasi 13.000) o Napoli (17.800). Molto meglio Milano, con “soli” 3700 immobili evasi, secondo le stime diramate dall’Agenzia del territorio. Il capoluogo più virtuoso è Aosta, per ovvi motivi.
Un avviso ai naviganti: è facile far sparire denaro, per quanto questo sia ignobile e pericoloso; gli immobili no. Evadere non è solo un comportamento illegale, ma anche incivile: genera soprattutto disvalore sociale, quello stesso che costringe la stragrande maggioranza degli italiani ad affrontare con difficoltà questa crisi senza fine. Senza contare che se non si dichiara un immobile, questo giace senza possibilità di essere ceduto, ingessando a maggior ragione il mercato immobiliare limitando l’offerta e aggravando la già gravosa emergenza abitativa.
E facendo favori più o meno indiretti alla mafia, alla quale, proprio in questi giorni, di appartamenti e beni ne hanno sequestrati in gran quantità.
* dal blog su: www ilfattoquotidiano.it; ha collaborato Mirko Barbetti - 7 marzo 2012
Certo, è da domandarsi cosa pensassero i proprietari delle suddette case, su quali ragionamenti basassero la loro evasione: magari erano semplicemente convinti che le autorità, per i controlli, contassero i comignoli all’orizzonte per sapere il numero degli immobili in città. Chissà!
Quello che sappiamo è che anche stavolta il sud – ahinoi! – mostra il peggio di sé: la maglia nera va a Cosenza (quasi 19.000 immobili scoperti), seguita da vicino da Reggio Calabria (più di 17.500); non fa meglio Roma (quasi 13.000) o Napoli (17.800). Molto meglio Milano, con “soli” 3700 immobili evasi, secondo le stime diramate dall’Agenzia del territorio. Il capoluogo più virtuoso è Aosta, per ovvi motivi.
Un avviso ai naviganti: è facile far sparire denaro, per quanto questo sia ignobile e pericoloso; gli immobili no. Evadere non è solo un comportamento illegale, ma anche incivile: genera soprattutto disvalore sociale, quello stesso che costringe la stragrande maggioranza degli italiani ad affrontare con difficoltà questa crisi senza fine. Senza contare che se non si dichiara un immobile, questo giace senza possibilità di essere ceduto, ingessando a maggior ragione il mercato immobiliare limitando l’offerta e aggravando la già gravosa emergenza abitativa.
E facendo favori più o meno indiretti alla mafia, alla quale, proprio in questi giorni, di appartamenti e beni ne hanno sequestrati in gran quantità.
* dal blog su: www ilfattoquotidiano.it; ha collaborato Mirko Barbetti - 7 marzo 2012
lunedì 6 febbraio 2012
Gruppi di Acquisto Solidali: in Umbria una legge per promuovere i GAS e la filiera corta
La Regione Umbria è la prima in Italia ad essersi dotata di una legge ad hoc per la nascita dei Gasp (Gruppi di Acquisto Solidali e Popolari), ai quali la Regione si impegna ad erogare contributi per le spese di funzionamento, promozione ed organizzazione.
I contributi, per un massimo di 5 mila euro all'anno, saranno erogati a fondo perduto a quei Gasp attivi da almeno 6 mesi alla data di entrata in vigore della Legge Regionale, approvata con 18 sì, 9 no e 2 astenuti.
Il Provvedimento, su iniziativa dei consiglieri dell’Idv, Oliviero Dottorini e Paolo Brutti, si intitola "Norme per il sostegno dei gruppi di acquisto solidale e popolare (Gasp) e per la promozione dei prodotti agroalimentari a chilometri zero, da filiera corta e di qualità”. La legge si propone di riconoscere e valorizzare il consumo critico, consapevole e responsabile, come strumento di promozione della salute e del benessere, incentivando i produttori locali e la diffusione dei loro prodotti di qualità.
Per sostenere ancora di più la filiera corta ed i prodotti a chilometro zero, la Regione si impegna anche a favorie il ricorso a tali prodtti di qualità stabilendo che gli enti Pubblici, al momento di esperire gare di appalto per l'affidamento di servizi di ristorazione, stabiliscano dei veri e propri meccanismi di priorità, per dare maggiori punteggi ai soggetti che, partecipando alla gara d'appalto, specifichino di usare prodotti di filiera corta in misura non inferiore al 50 per cento dei prodotti totalmente impiegati.
In totale la Regione ha messo a disposizione, per il 2011, circa 120 mila euro, dei quali 70 mila saranno destinati all'incentivazione dei Gasp e gli altri 50 mila alla promozione e valorizzazione delle produzioni agricole locali, delle produzioni di qualità e da filiera corta, nonché per la realizzazione di spazi comunali attrezzati riservati agli imprenditori agricoli locali per la vendita diretta nei farmer’s market.
* da greenme.it 4 marzo 2011
mercoledì 25 gennaio 2012
Acqua all'arsenico, il Tar condanna i ministeri Ambiente e Salute
I ministeri dell'Ambiente e della Salute sono stati condannati dal Tar del Lazio a risarcire con 100 euro ciascuno circa 2.000 utenti di varie regioni (Lazio, Toscana, Trentino Alto Adige, Lombardia, Umbria) che lamentano la presenza di arsenico nell'acqua. Lo annuncia il Condacons, che aveva presentato ricorso.
Il TAR ha riaffermato che l'acqua fornita ai cittadini deve essere salubre e la tariffa legata proprio alla qualità di essa, da cui l'indicazione di agire contro le ATO che non potevano non tenere conto di questo dato nel determinare la tariffa. Ma non solo. Il TAR - spiega il Codacons - ha anche affermato il principio (che porterà ora a decine di querele penali e denunce alle Procure della Repubblica) che nella vicenda sussiste un preciso "fatto illecito costituito dall'esposizione degli utenti del servizio idrico ricorrenti ad un fattore di rischio (l'amianto disciolto in acqua oltre i limiti consentiti in deroga dall'Unione Europea), almeno in parte riconducibile, per entità e tempi di esposizione, alla violazione delle regole di buona amministrazione. Violazione che determina un danno non patrimoniale complessivamente risarcibile, a titolo di danno biologico, morale ed esistenziale, per l'aumento di probabilità di contrarre gravi infermità in futuro e per lo stress psico-fisico e l'alterazione delle abitudini di vita personali e familiari conseguenti alla ritardata ed incompleta informazione del rischio sanitario".
E ancora - prosegue il TAR del Lazio - è certa la "pericolosità per la salute umana derivante da un'esposizione prolungata all'arsenico presente nell'acqua potabile, anche in quantità piccolissime, come risultante dalla ricerca condotta su oltre 11.700 persone in Bangladesh e pubblicato nell'edizione online della rivista scientifica The Lancet, che ha dimostrato che la presenza di arsenico in elevate concentrazioni nel sangue aumenta in modo significativo il rischio di tumori. Secondo le stime effettuate dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, inoltre, in Bangladesh a partire dagli anni '70 almeno 35 milioni di persone hanno bevuto acqua contaminata con piccolissime quantita' di arsenico, e secondo lo studio Heals (Health Effects of Arsenic Longitudinal Study) coordinato da Habibul Ahsan dell'Università di Chicago, ciò è stato sufficiente a provocare il 21%) delle morti per tutte le cause e il 24% di quelle attribuite a malattie croniche (in prevalenza, tumori al fegato, cistifellea e pelle e malattie cardiovascolari)".
Il TAR ha riaffermato che l'acqua fornita ai cittadini deve essere salubre e la tariffa legata proprio alla qualità di essa, da cui l'indicazione di agire contro le ATO che non potevano non tenere conto di questo dato nel determinare la tariffa. Ma non solo. Il TAR - spiega il Codacons - ha anche affermato il principio (che porterà ora a decine di querele penali e denunce alle Procure della Repubblica) che nella vicenda sussiste un preciso "fatto illecito costituito dall'esposizione degli utenti del servizio idrico ricorrenti ad un fattore di rischio (l'amianto disciolto in acqua oltre i limiti consentiti in deroga dall'Unione Europea), almeno in parte riconducibile, per entità e tempi di esposizione, alla violazione delle regole di buona amministrazione. Violazione che determina un danno non patrimoniale complessivamente risarcibile, a titolo di danno biologico, morale ed esistenziale, per l'aumento di probabilità di contrarre gravi infermità in futuro e per lo stress psico-fisico e l'alterazione delle abitudini di vita personali e familiari conseguenti alla ritardata ed incompleta informazione del rischio sanitario".
E ancora - prosegue il TAR del Lazio - è certa la "pericolosità per la salute umana derivante da un'esposizione prolungata all'arsenico presente nell'acqua potabile, anche in quantità piccolissime, come risultante dalla ricerca condotta su oltre 11.700 persone in Bangladesh e pubblicato nell'edizione online della rivista scientifica The Lancet, che ha dimostrato che la presenza di arsenico in elevate concentrazioni nel sangue aumenta in modo significativo il rischio di tumori. Secondo le stime effettuate dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, inoltre, in Bangladesh a partire dagli anni '70 almeno 35 milioni di persone hanno bevuto acqua contaminata con piccolissime quantita' di arsenico, e secondo lo studio Heals (Health Effects of Arsenic Longitudinal Study) coordinato da Habibul Ahsan dell'Università di Chicago, ciò è stato sufficiente a provocare il 21%) delle morti per tutte le cause e il 24% di quelle attribuite a malattie croniche (in prevalenza, tumori al fegato, cistifellea e pelle e malattie cardiovascolari)".
Questa sentenza del TAR e' di straordinaria importanza e apre letteralmente un secondo fronte nella battaglia sull'Acqua pubblica. Oltre all'autoriduzione per il 7% del Referendum ora anche questa sentenza consente di aprire una serie di vertenze di straordinaria portata riportando in prima linea il problema del danno alla salute causa il grave degrado della qualita' dell'acqua in Italia.
(22 gennaio 2012)
lunedì 16 gennaio 2012
Ministro della difesa: «Non ci sono solo gli F-35»
Ieri il ministro della difesa, l'Ammiraglio Giampaolo Di Paola, durante il programma di Lucia Annunziata "in 1/2 h" ha detto che non ci si dovrebbe occupare solo dei cacciabombardieri F-35 ma che «Ci deve essere una revisione di tutti i programmi e dell'intero apparato militare».
Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace oggi risponde: «Ha ragione il ministro: il problema è molto più serio e più vasto di quello che appare. Non ci sono solo gli F-35 da rivedere, ci sono anche tanti altri aerei, le portaerei, i carri armati e tanti, tanti sprechi. La macchina militare italiana è una vera e propria macchina mangiasoldi che costa molto e serve a poco. Bisognava intervenire da tempo perché in quel pozzo senza fondo sono finiti inutilmente tantissimi soldi pubblici, ma quello che non si è voluto fare ieri bisogna farlo oggi».
Sull'affaire degli F-35 Di Paola ha detto che «La revisione riguarda tutti i programmi, non ci sono vacche sacre, per una compatibilità finanziarie e tutte le strutture sono sottoposte a revisione», Poi ha aggiunto: «Lo strumento militare ha una sua valenza, ma deve essere ricondotto a sostenibilità», ma non ha voluto fornire cifre sulla riduzione dei cacciabombardieri che il governo potrebbe chiedere: «Dire un numero è come estrarre un numero al Lotto. Tra due-tre settimane avrò gli elementi pertinenti».
Secondo il ministro il ripensamento Usa sugli F-35 sarebbe temporaneo: «Il progetto è sotto esame ma andrà avanti. Quando Panetta svelerà i programmi futuri del Pentagono l'F35 avrà il suo spazio». Insomma, nonostante le "timidezze" del ministro il programma F-35 «Andrà avanti. Ci sono difficoltà e giusti ‘warning' dati all'azienda produttrice affinché apporti correttivi, ma i progressi fatti nello sviluppo giustificheranno una continuazione del programma. Anche la Ferrari è un programma complesso e abbiamo visto come anche la Ferrari ha avuto quest'anno problemi». .
Il ministro durante l'intervista con l'Annunziata ha più volte detto: «Facciamo un ragionamento tranquillo e serio», Lotti lo prende in parola: «Facciamolo questo ragionamento, ma facciamolo subito perché i soldi che stiamo sprecando all'ombra della cosiddetta "Difesa" servono qui e ora per salvare molte vite umane strapazzate dalla crisi e dalle ingiustizie. Facciamolo senza fare scempio della verità, dell'onestà e della democrazia. Le spese militari devono essere messe finalmente in discussione alla pari di tutte le altre spese dello stato. Ci deve essere una discussione aperta e trasparente. Non è tollerabile che qualcuno pretenda di continuare a decidere tra i soliti, pochi, addetti ai lavori per poi presentarsi al Parlamento e agli italiani con un pacchetto chiuso da prendere o lasciare. Si dica con chiarezza quanti soldi spendiamo, come e dove li spendiamo. Quanti ne spendiamo oggi e quanti prevediamo di spendere in futuro. Perché li dobbiamo spendere, con quali obiettivi e quali risultati. Basta con i giochetti delle cifre e delle verità nascoste. Il Parlamento deve esigere trasparenza, la deve ottenere e la deve restituire agli italiani in modo che essi per primi possano scegliere responsabilmente».
I pacifisti se la prendono anche con i media e in particolare con la Rai: «Il nostro servizio pubblico, devono fare sino in fondo la propria parte - dice Lotti - Un paese moderno e responsabile sa che la sicurezza è un bene pubblico che deve essere garantito dalle risorse del bilancio dello stato alla pari della salute, dell'istruzione, della giustizia, ecc. Ma così come non c'è un solo modo di garantire la salute, l'istruzione e la giustizia, così non c'è un solo modo di garantire la sicurezza dell'Italia e degli italiani».
Il coordinatore della Tavola della Pace conclude con un invito all'Ammiraglio Di Paola: «Noi, per esempio, siamo convinti che è possibile tagliare le spese militari e aumentare la sicurezza degli italiani, dell'Europa e del resto del mondo. Vogliamo discuterne, caro ministro? Oppure preferisce continuare a dipingerci tutti come degli imbecilli, incompetenti e irresponsabili?».
da greenreport.it 16 gennaio 2012
giovedì 24 novembre 2011
Albano Laziale: Architetture in movimento
Il Movimento 5 stelle invita la cittadinanza di Albano Laziale a partecipare all'incontro "Architetture in movimento" che si terrà il prossimo sabato 26 novembre 2011 alle ore 17,30 nei locali della Sala Vespignani nei pressi del Museo Civico in Via Risorgimento 1
In Italia negli ultimi dieci anni sono stati costruiti oltre 4 milioni di vani abitativi, che si sommano alle oltre 5 milioni di abitazioni vuote esistenti all'interno delle grandi città. Se per alcuni la missione "Piano Casa" può dirsi compiuta, di certo ambiente, natura e cittadinanza contano i propri morti sul campo di battaglia. Alle richieste di servizi e infrastrutture, nonché recupero dell'esistente da parte dei cittadini, si risponde con l'interesse privato della mala imprenditoria, che da sempre ha come compagna di viaggio la politica a fungergli da schiava: veri e propri PRG redatti su commissione delle caste del cemento, che infliggono ferite profondissime al territorio, un "sistema" diventato ormai insostenibile, che va bloccato studiandone modi e metodi, a tutela comunque dei settori che (artigiani, operai e maestranze varie) operano professionalmente nel campo.
In Italia ogni giorno, quasi 152 ettari di terreno vergine sono pronti per essere cementificati in barba a vincoli e tutele: una superficie, per intenderci, corrispondente a circa 200 campi di calcio, e Albano non è da meno: a vedere le foto aeree degli ultimi rilevamenti 2004/2007 confrontate con le carte del PRG vigente datato 1975, sembra di aver assistito ad una partita di Risiko, dove al posto dei fanciulleschi panzer colorati, protagonisti della partita sono state le betoniere del cemento. Nessuno standard è stato rispettato, ne tantomeno continua ad esserlo. Dal 2000, inoltre, ad Albano così come in tutta Italia, gli introiti comunali derivanti dagli oneri urbanistici sono divenuti liberamente spendibili dai comuni (da Risiko a Monopoli il passo è breve...) e non più esclusivamente indirizzabili alle opere di urbanistica primaria e secondaria, a discapito delle aree verdi, dei servizi, e delle infrastrutture.
Da cittadini attivi nel Movimento 5 stelle chiediamo uno stop all'uso scellerato del cemento, un calcolo di tutti gli standard non rispettati, riqualificazione e recupero dei volumi abbandonati così come tutela e giusta riconversione delle aree dismesse.
Per dare il nostro contributo abbiamo compiuto un'osservazione dello stato attuale del centro storico di Albano, con particolare attenzione allo stato d'abbandono in cui ricadono alcuni stabili, cosa che ci ha permesso di comprendere in maniera più diretta e concreta quanto sopra esposto. Un semplice lavoro di ricerca e valutazione preliminare, che vogliamo condividere con gli altri cittadini di Albano, a cui si aggiungono delle nostre proposte di riqualificazione a impatto ambientale zero che verranno illustrate durante l'incontro. E' inoltre prevista la partecipazione del giornalista Silvio Talarico, coautore della puntata di Report "I re di Roma" che fornirà la sua testimonianza sullo stato di degrado e sulla continua depredazione che il territorio laziale ha subito negli ultimi anni.
In Italia negli ultimi dieci anni sono stati costruiti oltre 4 milioni di vani abitativi, che si sommano alle oltre 5 milioni di abitazioni vuote esistenti all'interno delle grandi città. Se per alcuni la missione "Piano Casa" può dirsi compiuta, di certo ambiente, natura e cittadinanza contano i propri morti sul campo di battaglia. Alle richieste di servizi e infrastrutture, nonché recupero dell'esistente da parte dei cittadini, si risponde con l'interesse privato della mala imprenditoria, che da sempre ha come compagna di viaggio la politica a fungergli da schiava: veri e propri PRG redatti su commissione delle caste del cemento, che infliggono ferite profondissime al territorio, un "sistema" diventato ormai insostenibile, che va bloccato studiandone modi e metodi, a tutela comunque dei settori che (artigiani, operai e maestranze varie) operano professionalmente nel campo.
In Italia ogni giorno, quasi 152 ettari di terreno vergine sono pronti per essere cementificati in barba a vincoli e tutele: una superficie, per intenderci, corrispondente a circa 200 campi di calcio, e Albano non è da meno: a vedere le foto aeree degli ultimi rilevamenti 2004/2007 confrontate con le carte del PRG vigente datato 1975, sembra di aver assistito ad una partita di Risiko, dove al posto dei fanciulleschi panzer colorati, protagonisti della partita sono state le betoniere del cemento. Nessuno standard è stato rispettato, ne tantomeno continua ad esserlo. Dal 2000, inoltre, ad Albano così come in tutta Italia, gli introiti comunali derivanti dagli oneri urbanistici sono divenuti liberamente spendibili dai comuni (da Risiko a Monopoli il passo è breve...) e non più esclusivamente indirizzabili alle opere di urbanistica primaria e secondaria, a discapito delle aree verdi, dei servizi, e delle infrastrutture.
Da cittadini attivi nel Movimento 5 stelle chiediamo uno stop all'uso scellerato del cemento, un calcolo di tutti gli standard non rispettati, riqualificazione e recupero dei volumi abbandonati così come tutela e giusta riconversione delle aree dismesse.
Per dare il nostro contributo abbiamo compiuto un'osservazione dello stato attuale del centro storico di Albano, con particolare attenzione allo stato d'abbandono in cui ricadono alcuni stabili, cosa che ci ha permesso di comprendere in maniera più diretta e concreta quanto sopra esposto. Un semplice lavoro di ricerca e valutazione preliminare, che vogliamo condividere con gli altri cittadini di Albano, a cui si aggiungono delle nostre proposte di riqualificazione a impatto ambientale zero che verranno illustrate durante l'incontro. E' inoltre prevista la partecipazione del giornalista Silvio Talarico, coautore della puntata di Report "I re di Roma" che fornirà la sua testimonianza sullo stato di degrado e sulla continua depredazione che il territorio laziale ha subito negli ultimi anni.
lunedì 14 novembre 2011
Pomezia: Acqua imbottigliata nelle scuole: l'Assessore risponde alla nostra interrogazione
di Fabio Fucci *
I rifiuti sommergono la città ormai da mesi. Si può agire su diversi fronti per arginare il problema e quello della riduzione della loro produzione è sicuramente il primo passo da compiere. E' per questo che con la vocazione propositiva che ci contraddistingue nel Consiglio Comunale dello scorso 30 Settembre avevamo presentato un'interrogazione per suggerire di somministrare acqua del rubinetto nelle mense scolastiche. L'obiettivo è quello di evitare la produzione di migliaia di inutili bottigliette di plastica ed il loro conseguente smaltimento.
L'Assessore Del Buono ha risposto alla nostra interrogazione sostanzialmente affermando che condivide la nostra proposta ma non intraprenderà nell'immediato nessuna azione che possa modificare lo stato attuale del servizio mensa. Ne terrà conto per il futuro contratto (tra 5 anni!). Nel frattempo? In 5 anni di migliaia di bottiglie di plastica continueranno a viaggiare con camion per centinaia di chilometri, giungeranno nelle nostre mense scolastiche e poi andranno a congestionare i raccoglitori di rifiuti. Infine, saranno probabilmente bruciate in qualche inceneritore o depositate in discarica a tutto danno della salute delle future generazioni.
Se potessero scegliere, i bambini che futuro si riserverebbero? Certamente non vorrebbero imbattersi nei "vorrei ma non posso" di chi decide per il loro futuro.
* Movimento 5Stelle Pomezia 11 novembre 2011
domenica 13 novembre 2011
CATALOGO DELLE ARMI
L'ultimo regalo del Cavaliere all'industria della guerra
di Giulio Marcon *
La cancellazione del Catalogo delle armi da sparo - misura contenuta nel maxi emendamento alla legge di stabilità - è un favore alla lobby degli armieri e un pericolo per la comunità. Infatti, grazie a questa misura scompariranno delle elementari forme di controllo (ad esempio la loro «omologazione» - come succede per le automobili - agli standard previsti) sulle armi circolanti nel nostro paese: una sorta di "liberalizzazione" (anche qui!) che favorirà la commercializzazione delle armi più pericolose senza che lo Stato ne abbia traccia. Ci avviciniamo al modello americano e non a caso la preoccupazione non è solo dei pacifisti, ma anche dei sindacati di polizia che attaccano «i lobbisti e gli affaristi del mondo delle armi». E Sbilanciamoci da tempo propone non solo, ovviamente, di mantenere il catalogo, ma di rendere più difficile l'ottenimento del porto d'armi e di raddoppiarne il costo, destinando i ricavi alla riconversione dell'industria delle armi.
Che si usi un provvedimento per la crescita economica al fine di favorire una lobby affaristica come quella delle armi (che si contraddistingue per il frequente ricorso alle tangenti) è una vergogna oltre che essere il simbolo della nefanda pochezza - ormai generalmente riconosciuta - dell'azione del governo Berlusconi di fronte alla crisi. Di favori l'industria delle armi non ha certo bisogno. Finmeccanica è uno dei pochi gruppi italiani che continua a fare affari. Mentre dal 2008 si è tagliato quasi il 90% dei Fondi nazionali a carattere sociale (fondo per l'infanzia, fondo per la non autosufficienza, fondo per il servizio civile, eccetera), le spese militari in questo paese, come ha denunciato la campagna Sbilanciamoci (www.sbilanciamoci.org) continuano a prosperare.
Che si usi un provvedimento per la crescita economica al fine di favorire una lobby affaristica come quella delle armi (che si contraddistingue per il frequente ricorso alle tangenti) è una vergogna oltre che essere il simbolo della nefanda pochezza - ormai generalmente riconosciuta - dell'azione del governo Berlusconi di fronte alla crisi. Di favori l'industria delle armi non ha certo bisogno. Finmeccanica è uno dei pochi gruppi italiani che continua a fare affari. Mentre dal 2008 si è tagliato quasi il 90% dei Fondi nazionali a carattere sociale (fondo per l'infanzia, fondo per la non autosufficienza, fondo per il servizio civile, eccetera), le spese militari in questo paese, come ha denunciato la campagna Sbilanciamoci (www.sbilanciamoci.org) continuano a prosperare.
Il ministero della Difesa ha presentato un Bilancio che passa da 20, 566 miliardi del 2011 a 21,342 miliardi nel 2012 (+3,8%). Si tratta di una crescita della spesa che non tiene ancora in considerazione gli effetti dei decreti legge 98/2011 e 138/2011, cioè le due manovre estive che impongono ai ministeri delle riduzioni di spesa. Per il ministero della Difesa si tratterebbe di circa 1,4 miliardi di riduzione, ma per il momento si tratta di un calcolo virtuale perchè nel Bilancio non c'è traccia di tagli. C'è invece un aumento del 3,8%. Vedremo cosa ci sarà nella "nota aggiuntiva" al bilancio. Ci sono tanti sprechi (come i 2 milioni spesi per 19 Maserati blindate per i generali o il mezzo milione di euro speso per esporre carri armati ed elicotteri d'attacco al Circo Massimo per il 4 novembre) e poi c'è un problema strutturale: nelle Forze Armate i comandanti (ufficiali e sottufficiali) sono più numerosi dei comandati e a fronte di una necessità di 70/80 mila soldati, ufficiali, sottufficiali per far fronte alle missioni internazionali (tra cui quella "di guerra" dell'Afganistan) e alla "difesa della patria" ne abbiamo invece 180mila. I generali non vanno in prepensionamento, mentre i soldi per gli insegnati di sostegno mancano e molte centinaia di disabili, non potendo andare a scuola, rimangono a casa.
Come rimarranno a casa decine di migliaia di giovani - che quelle armi da sparo non useranno mai - e che hanno scelto di fare il servizio civile (il fondo per il servizio civile è praticamente ridotto al lumicino) per dedicarsi ai poveri, ai disabili, agli anziani. Mentre il governo aiuta i nostrani Rambo a comprarsi fucili e carabine dice ai volontari che - in questo momento di grave crisi - vogliono aiutare gli altri: «no, grazie». Ed il sottosegretario Giovanardi - che del servizio civile nazionale è istituzionalmente responsabile - assiste silente e complice. Più armi, meno servizio civile: un altro bel biglietto d'addio per questo governo.
*Portavoce di Sbilanciamoci! 12 novembre 2011
giovedì 3 novembre 2011
Roma: per fermare la caccia alle balene
Il 5 novembre "Anti-whaling day"
Sabato presidio a Roma, ore 10 davanti all'ambasciata giapponese
Chiudere definitivamente con il massacro dei cetacei. è quanto chiederanno l'Enpa e altre associazioni animaliste al governo nipponico, in occasione della giornata mondiale di protesta contro la caccia alle balene, in programma il 5 novembre, giorno in cui le baleniere giapponesi inizieranno il massacro.
Per l'occasione, gli attivisti della Protezione Animali presidieranno, a partire dalle 10, l'ambasciata del Giappone a Roma. «Ogni anno le navi giapponesi sconfinano nelle aree protette, i santuari dell'Oceano Antartico, dove uccidono migliaia di animali appartenenti a specie particolarmente protette - spiega Ilaria Ferri, direttore scientifico dell'Enpa.
Secondo alcune stime, arrotondate per difetto, si ritiene che dal 1986 ad oggi sono circa 20mila i cetacei uccisi dai nipponici». Ufficialmente, ricordano gli animalisti, la caccia alle balene š vietata. Il Giappone, tuttavia, aggira il divieto con il pretesto della «ricerca scientifica». E il governo australiano nei mesi scorsi ha denunciato il Giappone al Tribunale Internazionale dell'Aja. Secondo l'Australia infatti le balene, oltre a essere specie particolarmente protette, non sono propriet. di alcuno stato. Da qui la richiesta australiana di aprire la procedura per il via libera a sanzioni contro il governo di Tokyo. Sanzioni che dovrebbero avere un effetto non soltanto punitivo ma, soprattutto, deterrente per dissuadere le baleniere nipponiche dal compiere ulteriori massacri
Per l'occasione, gli attivisti della Protezione Animali presidieranno, a partire dalle 10, l'ambasciata del Giappone a Roma. «Ogni anno le navi giapponesi sconfinano nelle aree protette, i santuari dell'Oceano Antartico, dove uccidono migliaia di animali appartenenti a specie particolarmente protette - spiega Ilaria Ferri, direttore scientifico dell'Enpa.
Secondo alcune stime, arrotondate per difetto, si ritiene che dal 1986 ad oggi sono circa 20mila i cetacei uccisi dai nipponici». Ufficialmente, ricordano gli animalisti, la caccia alle balene š vietata. Il Giappone, tuttavia, aggira il divieto con il pretesto della «ricerca scientifica». E il governo australiano nei mesi scorsi ha denunciato il Giappone al Tribunale Internazionale dell'Aja. Secondo l'Australia infatti le balene, oltre a essere specie particolarmente protette, non sono propriet. di alcuno stato. Da qui la richiesta australiana di aprire la procedura per il via libera a sanzioni contro il governo di Tokyo. Sanzioni che dovrebbero avere un effetto non soltanto punitivo ma, soprattutto, deterrente per dissuadere le baleniere nipponiche dal compiere ulteriori massacri
da La zampa.it 3 novembre 2011
martedì 25 ottobre 2011
Napoli: hasta la victoria, siempre!
di Alex ZanotelliE’ un momento questo di gioia e di festa per Napoli perché è diventata la capitale italiana dell’acqua pubblica, la “Parigi d’Italia”. Infatti oggi 26 ottobre 2011, il Consiglio Comunale di Napoli , in seduta pubblica e solenne al Maschio Angioino, vota la ripubblicizzazione del servizio idrico, che sarà gestito da un Ente di Diritto Pubblico ,”Acqua Bene Comune Napoli “ in sostituzione dell’Arin Spa. Napoli diventa così la prima grande città italiana che decide di ‘obbedire’ al Referendum sull’acqua (12-13 giugno 2011),ripubblicizzando la propria acqua e ripudiando la formula della Spa.
E’ una grande lezione che questa città così bistrattata dona a tutto il paese. Per questa vittoria siamo grati al nostro sindaco L.De Magistris e al prof. A.Lucarelli, assessore ai Beni Comuni, ma soprattutto dobbiamo dire grazie alla tenacia e alla grinta dei Comitati Campani per l’acqua pubblica. Sono loro i veri artefici di questa straordinaria vittoria: è la cittadinanza attiva di questa città e regione , che si è impegnata a fondo e per lunghi anni, per difendere la Madre, l’acqua, la madre di tutta la vita. Infatti è dal 2004, quando i 150 comuni di Napoli e Caserta avevano votato la privatizzazione dell’acqua, che i comitati si sono battuti per ottenerne la ripubblicizzazione . Uno straordinario impegno dei comitati è riuscito, in meno di due anni, a rovesciare quella decisione. Il 31 gennaio 2006 i sindaci di Napoli e Caserta ne votarono la ripubblicizzazione . Fu però una vittoria di Pirro, perché non fu mai tradotta in atto amministrativo per la netta opposizione di Bassolino-Iervolino. Ma il movimento non si è mai arreso e , aiutato da notevoli figure come il prof. A.Lucarelli e l’avv. M. Montalto, è riuscito a contenere le forze privatizzatrici. La svolta è arrivata con l’elezione di De Magistris a sindaco di Napoli (l’acqua pubblica era uno degli obiettivi della sua campagna elettorale) e con la vittoria del Referendum sull’acqua . Infatti il primo atto da sindaco è stato quello di scegliere il prof. A.Lucarelli come Assessore ai Beni Comuni(il primo in Italia!) con delega sull’acqua .Ed è Lucarelli che ci ha portato a questa grande vittoria . segue...
venerdì 21 ottobre 2011
Rifiuti zero: manifestazione a Roma
Roma: sabato 5 novembre ore 10 in Piazza SS. Apostoli
La manifestazione è convocata dai comitati ed associazioni che fanno capo alla Rete Zero Waste Lazio, costituita recentemente insieme al prof. Paul Connett a Ladispoli, e vuole essere la prima iniziativa in cui cui i CITTADINI ED AMMINISTRATORI DELLA PROVINCIA DI ROMA vanno a chiedere conto alla PREFETTURA- Palazzo Valentini (di fronte a piazza SS.Apostoli) di come ANCORA UNA VOLTA SI VUOLE SCARICARE SUI COMUNI CONFINANTI il problema irrisolto della gestione illegittima dei rifiuti di ROMA.
Saremo insieme a TUTTI I COMITATI dei tre siti individuati dal Prefetto per APRIRE NUOVE DISCARICHE, mentre noi gli abbiamo chiesto un Piano Straordinario di Raccolta porta a porta per Roma, unico rimedio all'abbattimento dei rifiuti indifferenziati raccolti con il pessimo sistema dei cassonetti stradali, e mentre stiamo sostenendo AL CONSIGLIO REGIONE LAZIO che si approvi la LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE PER RIFIUTI ZERO oggi in discussione e di cui chiediamo l'approvazione PRIMA DEL PIANO RIFIUTI ADOTTATO, visto che la attuale Legge Regionale in vigore è del 1998 !!!
Mentre si sono succedute due leggi fondamentali NAZIONALI come il Decreto discariche n. 36/2003 ed il Codice ambientale n. 152/2006 IL LAZIO E' FERMO AL 1998 !!!! FUORI LEGGE !!! E' PERCIO' FONDAMENTALE MANIFESTARE LA NOSTRA PROPOSTA ALTERNATIVA PER RIFIUTI ZERO A ROMA ED IN TUTTO IL LAZIO, MA ANCHE IL NOSTRO DISSENSO ALL'APERTURA DI TRE NUOVE DISCARICHE che non cambiano il sistema di gestione dei rifiuti che sinora ha prodotto il MOSTRO-MALAGROTTA ora forse TRIPLICATO !!!!
VI CHIEDIAMO DI ESSERE IN PIAZZA CON CARTELLI, STRISCIONI, MA SENZA
BANDIERE DI PARTITO !!! GRAZIE
Rete Zero Waste Lazio
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