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martedì 15 maggio 2012
Spending Review sull'illuminazione pubblica
Con questo articolo CieloBuio vuole mostrare agli
italiani come sia possibile risparmiare diverse centinaia di milioni di
euro ogni anno sulla bolletta energetica dei Comuni con vantaggi per
tutti. La sostanza di quanto qui descritto è stata ufficialmente portata all'attenzione del Governo mediante PEC all'Ufficio del Segretario Generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri il giorno 2 maggio alle ore 9:07 (prima della richiesta di aiuto del Governo, quindi dovremmo essere tra i primi della lunga fila di proposte inviate). La situazione italiana, se confrontata con gran parte delle altre nazioni europee, risulta essere paradossale. A fronte di una inesistente autoproduzione di materie prime per la generazione di energia elettrica, l'Italia risulta essere tre i paesi più spreconi, seconda sola alla Spagna (tabella 1). L'Italia consuma pro capite più del doppio della Germania e quasi il triplo di Gran Bretagna, Olanda e Irlanda.
Tabella 1. Dati di consumo di alcune nazioni europee (dati Universidad Complutense de Madrid, tranne che per l'Italia, dati Terna).
Come si vede dall'istogramma di figura 1, l'Italia risulta essere la
nazione, tra le europee studiate, con il numero più alto di apparecchi
per area urbanizzata. Il doppio o più di Francia, Belgio, Gran Bretagna,
Irlanda, Germania, Austria, Danimarca. ![]()
Figura 1. Numero di punti luce per ogni km2 urbanizzato.
In figura 2 si vede che la potenza media degli apparecchi istallati
in Italia è molto superiore alla media europea, circa doppia di quelli
olandesi o britannici.
Figura 2. Potenza media per punto luce (in watt).
In figura 3 l'Italia risulta essere quella che consuma di più per
superficie illuminata, al pari della Spagna, con una potenza al metro
quadrato doppia di Portogallo e Francia, tripla di Irlanda, Germania e
Olanda e quadrupla della Gran Bretagna.
Figura 3. Potenza per superficie urbanizzata (w/m2). I grafici di figura 1, 2 e 3 sono tratti da da Diffrential Photometric Study of the European Light Emission to the Space di Alejandro Sànchez De Miguel (ASAAF-UCM. Department of Astrophysics and Atmospheric Sciences, Universidad Complutense de Madrid. GPC. Spain.), In Starlight - A Common Heritage, Cipriano Marin Editor. Starlight Initiative and IAC Publishers.
I dati presentati rendono evidente quali possano essere i potenziali
risparmi per la nostra nazione. Senza riportare tutti al buio, ma
semplicemente 'abbassandoci' al livello di nazioni quali la Germania o
la Gran Bretagna, possiamo arrivare a risparmiare oltre la metà di
quanto attualmente spendiamo, recuperando circa mezzo miliardo di euro
ogni anno. Questo senza dover licenziare nessuno e senza altri 'danni'
collaterali che le operazioni di taglio alla spesa pubblica normalmente
hanno.Con le proposte ulteriori di CieloBuio i risparmi ottenibili potrebbero essere ancora superiori, senza diminuire la sicurezza, peraltro non legata all'illuminazione. La proposta di CieloBuio CieloBuio quindi suggerisce al Governo di adottare le seguenti misure: a) lo spegnimento di tutti gli impianti di illuminazione pubblica al di fuori del limite urbano delle città; b) lo spegnimento delle luci per i monumenti e gli edifici storici dopo le 23; c) L'uso a pieno regime dei riduttori di flusso, laddove esistenti, durante l'intero arco della notte; in assenza di riduttori, attuare durante l'intero arco della notte il punto seguente: d) lo spegnimento di metà dei punti luce delle strade italiane dopo le ore 23 (già abbiamo visto che sono il doppio di quelli della maggioranza delle altre nazioni europee);Ulteriori azioni possibili e consigliabili: e) lo spegnimento degli impianti dei privati non connessi alla produzione; f) una modifica del meccanismo perverso che permette l'escalation del numero di punti luce nelle nuove urbanizzazioni; g) imposizione di una tempistica per ottenere, entro il 2015, il dimezzamento dei consumi, ovvero di un consumo pro capite di 50 kWh/anno o meno e di un flusso luminoso pro capite di 1000 lumen, da diminuire ulteriormente negli anni successivi; h) imposizione di efficaci norme tecniche per la limitazione dell'inquinamento luminoso e per il risparmio energetico anche nelle regioni oggi prive di normative valide: - apparecchi completamente schermati, ad annullare le emissioni verso l’alto; - impianti ad alto rendimento complessivo, non inferiore al 60%; - lampade della massima efficienza possibile e dal minimo contenuto di luce con lunghezza d'onda inferiore a 540 nm; - luminanza e illuminamenti massimi non superiori a quelli minimi indicati dalle norme tecniche, eventuale riduzione per legge degli attuali valori consigliati. Un'azione aggiuntiva, apparentemente, estrema, porterebbe ad ulteriori risparmi: i) dopo le 23, lo spegnimento totale dell'illuminazione stradale, con l'eccezione dei punti luce prossimi agli incroci; I punti da a) a d) non comportano alcuna controindicazione ed anzi non sarebbero probabilmente neppure notati. Il punto e) non comporta un risparmio diretto delle casse pubbliche, ma riduce sostanzialmente i danni da inquinamento luminoso, compresi quelli alla sicurezza stradale per i noti fenomeni di abbagliamento e di distrazione. I punti f) e g) contribuiscono a mantenere sotto controllo la spesa nel futuro. Il punto h) ridurrebbe drasticamente l’impatto ambientale della luce artificiale notturna, costituendone le basi per la sostenibilità e la eco-compatibilità. Il punto i) è adottato in buona parte degli Stati Uniti per le zone residenziali. Per compensare la percepita, non reale, diminuzione di sicurezza è possibile incrementare l'uso di sistemi di segnalazione e di sicurezza passivi, non energivori (es. segnaletica orizzontale e verticale, cat-eyes). Anche in assenza di direttive centrali, i Comuni possono comunque porre in atto la maggioranza dei punti suggeriti. E' evidente però che un intervento deciso, nella direzione da noi indicata, da parte del Governo porterebbe a risultati molto più certi e a vantaggi diffusi su tutto il territorio nazionale. Per inviare la propria segnalazione: richiesta segnalazioni del Governo: http://www.governo.it/GovernoInforma/spending_review/index.html form "Esprimi un opinione": http://www.governo.it/spendingreview/RedWeb_Form.htm Per ulteriori approfondimenti: http://www.starlight2007.net/pdf/StralightCommonHeritage.pdf http://www.interempresas.net/Energia/Articulos/49592-El-alumbrado-publico-espanol-el-de-mayor-gasto-electrico-por-habitante-en-Europa.html http://www.eup4light.net/assets/pdffiles/Final/VITOEuPStreetLightingFinal.pdf da http://cielobuio.org 4 Maggio 2012 |
mercoledì 2 maggio 2012
Lazio, l'equilibrio dei siti Natura 2000 va conservato
Il Commissario Ue all'Ambiente
risponde ad Andrea Zanoni e Niccolò Rinaldi (Eurodeputati IdV): È possibile
costruire in un sito Natura 2000 ma solo in nome dell'interesse pubblico e
mantenendo l'equilibrio ambientale. Zanoni: “Sorveglieremo l'operato della
Giunta Polverini”
“La Regione Lazio tenga bene a
mente che qualora fosse autorizzato un progetto con valutazione d'incidenza
negativa su un determinato sito natura 2000, sarà obbligatorio prevedere delle misure compensative per
garantire che la coerenza globale di Natura 2000 sia tutelata”.Lo fa sapere Andrea Zanoni citando la risposta del Commissario Ue all'Ambiente Janez Potočnik all'interrogazione parlamentare che ha presentato insieme al collega Niccolò Rinaldi sulla delibera regionale del 16 dicembre 2011 in merito alla gestione delle Zone di Protezione Speciale (ZPS) e delle Zone Speciali di Conservazione (ZSC) nel Lazio.
Con questa delibera la Regione
Lazio si è arrogato il diritto di approvare all’interno di aree ZPS e ZSC e per
motivi di “rilevante interesse pubblico”, inclusi motivi di natura sociale o
economica che sono definiti dalla Giunta stessa, anche progetti che hanno avuto
una valutazione negativa d’incidenza ambientale (ad esempio cave e nuove
strade). “Con la scusa dell'interesse pubblico, la Giunta Polverini ha
cercato un cavillo per portare altro cemento nelle zone naturalistiche del
Lazio, usando, come spesso succede in Italia, la deroga come un'arma politica”,
commenta l'Eurodeputato.
“La Direttiva 92/43/CEE
prevede sì la possibilità di un'eccezione, ma solo in situazioni estremamente
particolari e con l'obbligo da parte della Regione di mantenere l'equilibrio
generale del sito Natura 2000 – conclude Zanoni – da Bruxelles terremo
la situazione sotto controllo affinché non si cerchi l'ennesima scappatoia ai
danni dell'ambiente”.
Comunicato
stampa 27 aprile 2012 Ufficio Stampa
On. Andrea Zanoni
Email stampa@andreazanoni.it Tel (Bruxelles) +32 (0)2 284 56 04 Tel (Italia) +39 0422 59 11 19
Sito www.andreazanoni.it Twitter Andrea_Zanoni
nella foto: I siti della Rete Natura 2000 in Lazio. In verde le ZPS in blu i SIC (rielaborazione da fonte regionale).
nella foto: I siti della Rete Natura 2000 in Lazio. In verde le ZPS in blu i SIC (rielaborazione da fonte regionale).
giovedì 19 aprile 2012
Termovalorizzazione: nel 2010 invariato il numero di inceneritori
ENEA e Federambiente hanno presentato a Roma la terza edizione del Rapporto sul recupero energetico da rifiuti urbani in Italia. Al 31 dicembre 2010 c’erano in Italia 53 impianti d’incenerimento dei rifiuti urbani (dato invariato rispetto al 2009). Cresce leggermente la quantità di rifiuti trattata: da 4,58 Mt/a nel 2009 a 4,68 Mt/a nel 2010
ENEA e Federambiente hanno presentato giovedì 12 aprile a Roma la terza edizione del Rapporto sul recupero energetico da rifiuti urbani in Italia che fornisce una fotografia aggiornata e dinamica del sistema industriale di valorizzazione energetica dei rifiuti urbani nel nostro Paese.
Al 31 dicembre 2010 c’erano in Italia 53 impianti d’incenerimento dei rifiuti urbani (dato invariato rispetto al 2009). Cresce leggermente la quantità di rifiuti trattata: da 4,58 Mt/a nel 2009 a 4,68 Mt/a nel 2010. Ecco di seguito una sintesi dei contenuti del rapporto (la versione integrale è scaricabile in allegato).
Il recupero energetico in Italia
Al 31 dicembre 2010 c’erano in Italia 53 impianti d’incenerimento dei rifiuti urbani (50 dei quali effettivamente operativi nel corso del 2010), dotati di 102 linee e di una capacità complessiva di trattamento pari a 7.123.316 tonnellate/anno (21.693 tonnellate/giorno), con una capacità termica di 2.925 Megawatt e una potenza elettrica installata di 783 Megawatt. 3 impianti sono in grado di trattare meno di 100 tonnellate/giorno, 24 si collocano fra 100 e 300 tonnellate giorno, 17 fra 300 e 600 e solo 6 (che però rappresentano da soli il 39,7% della capacità complessiva) superano le 600 tonnellate/giorno. Solo 2 impianti (a Rufina, in provincia di Firenze, e a Messina) su 53 si limitano a bruciare i rifiuti senza recuperare energia, ma per ambedue è prevista la trasformazione in termovalorizzatori. 29 impianti (con 59 linee) sono nelle regioni del Nord, 15 (23 linee) in quelle del Centro e 9 (20 linee) in quelle del Sud e Isole. Complessivamente, nel corso del 2009 è stato inviato a incenerimento il 12,7% dei rifiuti urbani raccolti in Italia.
Le tipologie degli impianti
I combustori a griglia sono il tipo di gran lunga più diffuso (82,3% della capacità di trattamento complessiva, seguiti dal letto fluido (14,8%), dal tamburo rotante (1,8%) e dal gassificatore (1,2%).
Il trattamento dei fumi
Le principali tecniche impiegate – singolarmente o in combinazione tra loro – per la rimozione degli inquinanti sono la depolverazione (filtri elettrostatici, filtri a maniche, cicloni); la rimozione dei gas acidi (sistemi “a secco”, “a semisecco”, “a umido”); rimozione degli ossidi d’azoto (azione selettiva catalitica o non catalitica). Rispetto alle precedenti edizioni del Rapporto le sezioni trattamento fumi degli impianti hanno subito una sensibile evoluzione.
I rifiuti trattati
Il 47,8% è rappresentato da rifiuti urbani indifferenziati; il 34,2% da frazione secca e CDR (combustibile derivato dai rifiuti); il 18,0% da rifiuti speciali e sanitari.
L'energia recuperata
Dal 2004 al 2010 la produzione d’elettricità dei termovalorizzatori è passata da 2.436 a 3.887 GWh; nello stesso periodo la produzione d’energia termica è cresciuta da 560 a 1.212 GWh.
I residui di trattamento
La produzione di scorie nel 2010 è stimata intorno a 963.000 tonnellate, alle quali vanno aggiunte circa 306.000 tonnellate di residui del trattamento dei fumi. Il 29,3% delle scorie è stato avviato a recupero, mentre il restante 70,7% è stato smaltito.
Gli sviluppi del sistema
Entro il 2014 è previsto un significativo incremento della capacità complessiva di trattamento e del relativo recupero energetico. Ciò per effetto della ristrutturazione e l’ampliamento di alcuni impianti, in particolare Modena, Roma e S. Vittore (FR), e la costruzione di nuovi impianti (Torino, Bolzano, Parma, Albano, Manfredonia, Modugno, Gioia Tauro).
Il testo integrale del rapporto sarà disponibile da martedì 17 aprile sul sito www.federambiente.it
3° Rapporto ENEA-Federambiente sul recupero energetico da rifiuti urbani in Italia - Comunicato stampa ENEA-Federambiente del 12.04.2012
Al 31 dicembre 2010 c’erano in Italia 53 impianti d’incenerimento dei rifiuti urbani (dato invariato rispetto al 2009). Cresce leggermente la quantità di rifiuti trattata: da 4,58 Mt/a nel 2009 a 4,68 Mt/a nel 2010. Ecco di seguito una sintesi dei contenuti del rapporto (la versione integrale è scaricabile in allegato).
Il recupero energetico in Italia
Al 31 dicembre 2010 c’erano in Italia 53 impianti d’incenerimento dei rifiuti urbani (50 dei quali effettivamente operativi nel corso del 2010), dotati di 102 linee e di una capacità complessiva di trattamento pari a 7.123.316 tonnellate/anno (21.693 tonnellate/giorno), con una capacità termica di 2.925 Megawatt e una potenza elettrica installata di 783 Megawatt. 3 impianti sono in grado di trattare meno di 100 tonnellate/giorno, 24 si collocano fra 100 e 300 tonnellate giorno, 17 fra 300 e 600 e solo 6 (che però rappresentano da soli il 39,7% della capacità complessiva) superano le 600 tonnellate/giorno. Solo 2 impianti (a Rufina, in provincia di Firenze, e a Messina) su 53 si limitano a bruciare i rifiuti senza recuperare energia, ma per ambedue è prevista la trasformazione in termovalorizzatori. 29 impianti (con 59 linee) sono nelle regioni del Nord, 15 (23 linee) in quelle del Centro e 9 (20 linee) in quelle del Sud e Isole. Complessivamente, nel corso del 2009 è stato inviato a incenerimento il 12,7% dei rifiuti urbani raccolti in Italia.
Le tipologie degli impianti
I combustori a griglia sono il tipo di gran lunga più diffuso (82,3% della capacità di trattamento complessiva, seguiti dal letto fluido (14,8%), dal tamburo rotante (1,8%) e dal gassificatore (1,2%).
Il trattamento dei fumi
Le principali tecniche impiegate – singolarmente o in combinazione tra loro – per la rimozione degli inquinanti sono la depolverazione (filtri elettrostatici, filtri a maniche, cicloni); la rimozione dei gas acidi (sistemi “a secco”, “a semisecco”, “a umido”); rimozione degli ossidi d’azoto (azione selettiva catalitica o non catalitica). Rispetto alle precedenti edizioni del Rapporto le sezioni trattamento fumi degli impianti hanno subito una sensibile evoluzione.
I rifiuti trattati
Il 47,8% è rappresentato da rifiuti urbani indifferenziati; il 34,2% da frazione secca e CDR (combustibile derivato dai rifiuti); il 18,0% da rifiuti speciali e sanitari.
L'energia recuperata
Dal 2004 al 2010 la produzione d’elettricità dei termovalorizzatori è passata da 2.436 a 3.887 GWh; nello stesso periodo la produzione d’energia termica è cresciuta da 560 a 1.212 GWh.
I residui di trattamento
La produzione di scorie nel 2010 è stimata intorno a 963.000 tonnellate, alle quali vanno aggiunte circa 306.000 tonnellate di residui del trattamento dei fumi. Il 29,3% delle scorie è stato avviato a recupero, mentre il restante 70,7% è stato smaltito.
Gli sviluppi del sistema
Entro il 2014 è previsto un significativo incremento della capacità complessiva di trattamento e del relativo recupero energetico. Ciò per effetto della ristrutturazione e l’ampliamento di alcuni impianti, in particolare Modena, Roma e S. Vittore (FR), e la costruzione di nuovi impianti (Torino, Bolzano, Parma, Albano, Manfredonia, Modugno, Gioia Tauro).
Il testo integrale del rapporto sarà disponibile da martedì 17 aprile sul sito www.federambiente.it
3° Rapporto ENEA-Federambiente sul recupero energetico da rifiuti urbani in Italia - Comunicato stampa ENEA-Federambiente del 12.04.2012
da ecodallecitta.it 12 aprile 2012
mercoledì 18 aprile 2012
Rinnovabili, le associazioni protestano contro i tagli
Oggi a Roma la manifestazione di protesta delle principali sigle dell'ambientalismo e dell'energia pulita. Le associazioni chiedono a governo e Regioni di cambiare il Quinto conto energia e il decreto sulle rinnovabili elettriche, avviando un confronto con gli addetti ai lavoriNumerosi cittadini, associazioni, lavoratori e imprenditori delle rinnovabili hanno manifestato a Roma, davanti a Montecitorio, per chiedere al governo di rivedere i recenti provvedimenti del governo in materia di incentivi alle rinnovabili, il Quinto conto energia per il fotovoltaico e il decreto sulle altre rinnovabili elettriche. «Per la prima volta il mondo delle rinnovabili scende in piazza mostrando la sua forza e determinazione nell’impedire che nel nostro Paese si ponga fine allo sviluppo delle energie pulite come volano di crescita economica e di sostenibilità ambientale – commenta il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini – Il governo, e in particolare il ministro Passera, hanno sbagliato nel metodo, approvando i decreti senza alcun confronto con le associazioni di settore, e nel merito, perché i testi sono pieni di impedimenti burocratici e di barriere agli investimenti che avrebbero l’effetto di fermare i successi realizzati in questi anni in termini di produzione di energia pulita e di nuova occupazione».
Legambiente e le altre associazioni aderenti alla manifestazione (Aes, Anest, Anev, Anter, Aper, Artenergy, Ascomac - Cogena, Assieme, Asso Energie Future, Assolterm, Assosolare, Ater, Cib, Comitato Ifi, Cpem, Federpern, Fiper, Giga, Greenpeace, Ises Italia, Itabia, Kyoto Club, SOS rinnovabili, Vas, Wwf) chiedono dunque che i decreti vengano cambiati e, soprattutto, che venga rivisto il sistema di registri, aste al ribasso e limiti annui, giudicato dagli addetti ai lavori troppo complesso per poter funzionare. La mobilitazione, spiega il cartello di associazioni, continuerà nelle prossime settimane per chiedere a Parlamento e amministrazioni regionali di impegnarsi per la modifica dei decreti, in particolare nel passaggio decisivo in Conferenza Stato-Regioni. Il primo suggerimento è quello di copiare il sistema adottato in Germania, che riduce gli incentivi progressivamente attraverso il confronto con le imprese, ma senza tetti annui o burocrazia.
«Proprio le fonti rinnovabili termiche ed elettriche, il risparmio e l’efficienza energetica sono la strada maestra per ridurre i costi delle bollette di famiglie e imprese che sono stati alla base delle polemiche delle ultime settimane - aggiunge Zanchini - Pare, però, che per il governo la questione si sia ridotta unicamente ai tagli alle rinnovabili, proprio come volevano i produttori di energia da carbone, petrolio e fonti fossili». Il riferimento dell'ambientalista è anche al nuovo rinvio dei decreti sulle rinnovabili termiche, che gli operatori del settore attendono da settembre. «Chiediamo all’esecutivo - conclude il vicepresidente di Legambiente - di avere coraggio nell’aiutare le famiglie e le imprese rispetto ai costi delle bollette, ad esempio premiando con sconti chi riduce i consumi e rendendo finalmente possibile la realizzazione di reti elettriche private per condomini e utenze distribuite e cancellando le tasse che incidono ingiustamente sulla cogenerazione e sulla vendita diretta di energia da rinnovabili».
da www.ecodallecitta.it 18 aprile 2012
lunedì 2 aprile 2012
"I rifiuti non esistono" in un mondo che si ricordi di essere "circolare"
* di Marica Di Pierri *
Parla il chimico statunitense Paul Connett: "A Roma bisogna chiudere la terribile Malagrotta. Ma la strada non è l'incenerimento. Chi costruisce termovalorizzatori non andrebbe mai a vivere vicino all'impianto"
«I rifiuti non esistono». È questo l'assunto di partenza della teoria di Paul Connett, chimico statunitense e teorico della strategia rifiuti zero, in Italia in questi giorni per un ciclo di conferenze. Nella tavola rotonda organizzata a Roma mercoledì dall'università La Sapienza attraverso il centro studi Citera del professor De Santoli, Connett ha parlato dell'ormai famosa strategia «Zero Waste» partendo dalla necessità, non più rimandabile, di cambiare modello di società.
«Abbiamo un problema di fondo - spiega Connett - Dalla rivoluzione industriale abbiamo imposto un modello di civilità lineare a un pianeta che funziona in modo circolare. Nell'attuale modello economico la linea retta che passa è: estrazione-produzione-consumo-smaltimento in discarica, senza ritorno. Negli equilibri naturali al contrario le cose funzionano in maniera circolare».
«Abbiamo un problema di fondo - spiega Connett - Dalla rivoluzione industriale abbiamo imposto un modello di civilità lineare a un pianeta che funziona in modo circolare. Nell'attuale modello economico la linea retta che passa è: estrazione-produzione-consumo-smaltimento in discarica, senza ritorno. Negli equilibri naturali al contrario le cose funzionano in maniera circolare».
Applicando i passaggi previsti della Zero Waste Strategy (dalla riduzione al porta a porta, a compostaggio, reciclaggio, riutilizzo e riparazione, etc), è possibile secondo Connett reintegrare la ciclicità anche nel sistema economico. Il punto di partenza del ragionamento è la centralità del tema dei rifiuti. Un tema strettamente connesso al dibattito sul modello di sviluppo che l'esplosione delle crisi ha reso inevitabile, come anche alla riflessione sulla necessaria transizione verso un nuovo modello energetico distribuito e non accentrato. In un siffatto scenario modello energetico e chiusura del ciclo dei rifiuti possono forse essere funzionali l'uno all'altro...
Certo. Qualsiasi oggetto di uso quotidiano richiede com'è noto una certa quantità di energia per la sua produzione. Bruciando rifiuti negli inceneritori recuperiamo una parte infinitesimale di questa energia, con grandi costi ambientali e sociali. Ridurre e riciclare vuol dire al contrario risparmiare energia a monte per l'estrazione e la produzione di nuove materie prime ed oggetti. Inoltre i residui organici posso essere usati per l'agricoltura, piccoli impianti per bio gas etc. Le due questioni camminano a fianco, non a caso le iniziative di questi giorni parlano della necessità di andare verso una società a emissioni e a rifiuti zero.
Emissioni zero e rifiuti zero. Ciclicità dei processi e rispetto dei cicli naturali. Le reti sociali che lavorano sulla giustizia ambientale e sociale ragionano sulle stesse categorie. A giugno si ritroveranno a Rio de Janeiro dove si terrà il Summit sulla sostenibilità di Rio+20. A vent'anni di distanza dall'Earth Summit del '92 e di fronte al fallimento del concetto di sviluppo sostenibile, il centro del discorso sarà la necessità di ragionare sulla rifondazione di alternative concrete su cardini nuovi: giustizia ambientale e sociale, democratizzazione dello sviluppo, giusta sostenibilità. E' un problema di giustizia, dicono, non una crisi ambientale e basta.
Sono del tutto d'accordo. Sono convinto che la situazione attuale nasconda un gigantesco problema di giustizia. Ad esempio ribatto sempre a chi promuove inceneritori che stanno proponendo qualcosa che non li preoccupa perchè vivono lontani dagli impianti: ciò che accade alla salute della gente e le conseguenze che producono non sono affar loro. Occorre invece pensare a soluzioni che valgano e diano beneficio a tutti.
Altra questione di grande attualità riguarda i modelli di gestione del ciclo dei rifiuti. Si va verso l'accentramento di funzioni attraverso multiutilities il cui processo di privatizzazione pare divenuto inarrestabile..
Dal mio punto di vista è preferibile la gestione pubblica, ma l'elemento davvero qualificante è la partecipazione dei cittadini nel processo. Per la buona riuscita di una strategia è fondamentale che i cittadini collaborino con i decisori politici per definire l'applicazione di un piano integrato. Come con l'energia occorre anche qui ricreare senso di comunità. Chiaramente ciò è più problematico quando si applica alle grandi città, ma è possibile realizzare anche in grandi centri urbani una gestione su piccola scala legandola a dimensioni territoriali minori, ad esempio municipi o quartieri.
Roma è l'esempio perfetto. L'emergenza è tale che i comitati raccolti nella Zero Waste Lazio hanno lanciato per il prossimo 31 marzo a Roma una manifestazione che intende riunire le vertenze laziali a quelle campane, mobilitazione alla quale parteciperà anche lei. La rete ha anche presentato una delibera di iniziativa popolare «Per Roma verso Rifiuti Zero» con la quale chiede alle istituzioni l'attuazione di una strategia di Riduzione-Riutilizzo-Riciclo-Recupero affinchè anche Roma possa seguire gli esempi di città virtuose come S. Francisco o Buenos Aires. Lei conosce bene l'emergenza che vive la nostra regione. Se fosse l'incaricato di risolvere la situazione, da dove inizierebbe?
La primissima cosa sarebbe fermare l'orribile Malagrotta. Nel mettere a punto una strategia generale occorrerebbe invece lavorare immediatamente alla separazione universale dell'organico, come prima tappa essenziale. La seconda tappa riguarda le discariche situate nei centri urbani e nelle loro vicinanze, che dovrebbero essere messe in sicurezza e bonificate costruendo a fianco impianti che separano i materiali residui. La terza tappa sarebbe localizzare all'interno dei centri urbani luoghi dove si fanno riciclo, riuso e riparazione e pensarli come villaggi, come comunità. Occorre costruire a livello locale, dei centri di riuso e riparazione nei quartieri che poi siano integrati con il resto della rete di reciclaggio e trattamento dei rifiuti. Il sindaco di Londra ha aperto 9 centri di riparazione e riuso, investendo 12 milioni di dollari. Se lo fa una città come Londra, anche Roma potrebbe e dovrebbe farlo. Basterebbe avere la volontà di farlo.
La primissima cosa sarebbe fermare l'orribile Malagrotta. Nel mettere a punto una strategia generale occorrerebbe invece lavorare immediatamente alla separazione universale dell'organico, come prima tappa essenziale. La seconda tappa riguarda le discariche situate nei centri urbani e nelle loro vicinanze, che dovrebbero essere messe in sicurezza e bonificate costruendo a fianco impianti che separano i materiali residui. La terza tappa sarebbe localizzare all'interno dei centri urbani luoghi dove si fanno riciclo, riuso e riparazione e pensarli come villaggi, come comunità. Occorre costruire a livello locale, dei centri di riuso e riparazione nei quartieri che poi siano integrati con il resto della rete di reciclaggio e trattamento dei rifiuti. Il sindaco di Londra ha aperto 9 centri di riparazione e riuso, investendo 12 milioni di dollari. Se lo fa una città come Londra, anche Roma potrebbe e dovrebbe farlo. Basterebbe avere la volontà di farlo.
* da Il manifesto 31 marzo 2012
sabato 31 marzo 2012
Roma, il sindaco Gianni Alemanno vende mezza Acea per tappare il buco di bilancio
di Gabriele Paglino *
A rilevare parte delle quote azionarie della prima distributrice in Italia di acqua, sono pronti alcuni istituti di credito e il Fondo strategico della Cassa Depositi e Prestiti. Altro progetto della giunta è la holding Roma Capitale: maxi contenitore in cui confluiranno tutte le spa del Comune. Vendere tutto e subito, prima che sia troppo tardi. Sembra essere questo l’imperativo della giunta capitolina, guidata da Gianni Alemanno.
Interessi inclusi, il debito di Roma Capitale ammonta infatti ad oltre 12,5 miliardi di euro. E allora, come anticipato dal Corsera meno di un mese fa, si inizia da Acea, l’azienda municipalizzata che gestisce i servizi di elettricità ed acqua, e la cui maggioranza delle quote (51 per cento) è in mano proprio al Comune di Roma. Il provvedimento non sarebbe ancora definito in tutte le sue parti, “per questo motivo – spiegano dall’assessorato al Bilancio – la riunione della giunta, inizialmente prevista per ieri, per l’esame del bilancio previsionale, è slittata a venerdì”.
Ma Alemanno ha le idee chiare e il suo piano lo ha già esposto ieri alle parti sociali: scendere al 30 per cento della partecipazione nella multiutility, vendendo il 21 per cento delle azioni. Subito. In modo da poter incassare un assegno di oltre 200 milioni di euro. “Ce lo chiede il Governo”, si sente riecheggiare dal Palazzo Senatorio. Il decreto Monti però impone agli enti locali di ridurre fino al 30 per cento le partecipazioni nelle società di servizi, entro giugno 2015. Che fretta c’è, visto che nel 2015 potrebbe non essere più Alemanno il sindaco di Roma? E soprattutto “dal programma di apertura e vendita ai privati , previsto dal decreto sulle liberalizzazioni – ricorda il CRAP, Coordinamento Romano Acqua Pubblica – vengono esclusi l’acqua e i servizi di distribuzione di energia (gas e elettricità). Se il Comune dunque cede le quote, non solo viene meno agli accordi con i quali è stata data in affidamento ad Acea ATO2 (spa controllata da Acea) la gestione in house del servizio idrico integrato – denuncia il CRAP – ma tradisce il voto referendario di oltre un milione e duecentomila romani”. Ad appellarsi all’esito del referendum del 12 e 13 giugno 2011 è anche il capogruppo Pd di Roma Capitale Umberto Marroni: “Non capiamo la velleitaria ipotesi di cessione di quote visto il risultato chiaro del referendum”.
L’accelerazione dell’operazione da parte di Alemanno farebbe presumere che “l’acquirente sia già stato trovato”: uno dei possibili candidati potrebbe essere Francesco Gaetano Caltagirone (l’imprenditore romano è il secondo azionista della società), che lo scorso mese ha venduto sul mercato lo 0,03 per cento delle sue quote, scendendo al 16,23 per cento di azioni detenute. La vicenda è seguita con attenzione pure dall’altro socio privato, il colosso francese Gdf Suez (che detiene l’11,5 per cento). Anche se adesso Alemanno si dice intenzionato a tener fuori i due azionisti di minoranza. “Eviteremo che chi già possiede più del 2 per cento del pacchetto azionario, possa comprare le quote messe in vendita dal Comune”, ha detto il sindaco alle parti sociali.
A rilevare parte delle quote azionarie della prima distributrice in Italia di acqua, sono pronti allora alcuni istituti di credito e il Fondo strategico della Cassa Depositi e Prestiti. “Una fetta poi – ha detto il sindaco – andrà in Borsa”. Ed proprio da lì che Caltagirone potrebbe continuare a comprare (il costruttore ed editore del Messaggero, nel giro di due anni, ha più che raddoppiato le sue quote in Acea). Poco chiare ancora le modalità della cessione. “Sulle società quotate – dice Alfredo Ferrari del Pd – la legge prevede la possibilità di trattativa privata con un investitore privilegiato”, cioè senza riversare i titoli sul mercato. Ipotesi questa inizialmente presa in considerazione, ma scartata in un secondo momento.
Il leitmotiv del Campidoglio pare essere “mettere in vendita proprio tutto… il vendibile”. Prima della manovra di bilancio, sarà presentata infatti in Assemblea capitolina un altro progetto per far cassa: la holding Roma Capitale. Un maxi contenitore in cui confluiranno tutte le spa del Comune, quelle indebitate e quelle godono di ottima salute: Ama (rifiuti) e Atac (trasporti) in primis, ma anche Zetema (la società che gestisce i musei e i siti archeologici della capitale), Risorse per Roma, Aequa Roma, Roma Metropolitane ecc…Una volta costituita, parte delle quote della holding verrebbero poi vendute. Insomma accorpare tutto per riuscire a dar via il 40 per cento delle aziende dei rifiuti e dei trasporti, entro la fine di quest’anno, come prevede la legge (trasporti pubblici e raccolta e smaltimento rifiuti sono gli unici servizi pubblici locali che verranno aperti al processo di liberalizzazione), al miglior prezzo.
Sarebbe difficile infatti poter piazzare sul mercato le quote di aziende disastrate con oltre 700 milioni di debiti (Ama). Più appetibile potrebbe forse essere, in vista soprattutto dell’aumento dei biglietto previsto per giugno, l’azienda che gestisce in house il servizio di trasporto urbano di superficie e metropolitano (Atac), ma i conti sono ancora lontani dall’essere riordinati. Insomma in due mosse Alemanno affosserebbe il voto di un milione duecento ventisettemila romani che hanno detto sì alla gestione pubblica dell’acqua, dei trasporti e dei rifiuti. “Il governo Monti non è il vangelo – attacca Marroni – il sindaco non approfitti della deriva neoliberista per fare forzature e svendere le società di Roma Capitale”. E promette: “Solleciteremo il Presidente del Consiglio per chiedere una moratoria ad un provvedimento ideologico che rischia di dare un altro colpo al tessuto industriale della città”. Non è solo l’opposizione ad attaccare le scelte infauste del sindaco. A chiedere un dietrofront sulla dismissione del 40 per cento di Atac e Ama, sono stati gli stessi assessori alla Mobilità (Antonello Aurigemma) e all’Ambiente (Marco Visconti), che hanno persino minacciato le dimissioni. Anche i lavoratori delle due municipalizzate sono già sul piede di guerra. E Alemanno, sulla privatizzazione di trasporti e rifiuti, adesso temporeggia. Se ne riparlerà in una delibera successiva. Intanto “col Bilancio di adesso saranno avviati la costituzione della holding (in cui come detto entreranno anche Atac e Acea) e il processo di privatizzazione di Acea”.
Ma Alemanno ha le idee chiare e il suo piano lo ha già esposto ieri alle parti sociali: scendere al 30 per cento della partecipazione nella multiutility, vendendo il 21 per cento delle azioni. Subito. In modo da poter incassare un assegno di oltre 200 milioni di euro. “Ce lo chiede il Governo”, si sente riecheggiare dal Palazzo Senatorio. Il decreto Monti però impone agli enti locali di ridurre fino al 30 per cento le partecipazioni nelle società di servizi, entro giugno 2015. Che fretta c’è, visto che nel 2015 potrebbe non essere più Alemanno il sindaco di Roma? E soprattutto “dal programma di apertura e vendita ai privati , previsto dal decreto sulle liberalizzazioni – ricorda il CRAP, Coordinamento Romano Acqua Pubblica – vengono esclusi l’acqua e i servizi di distribuzione di energia (gas e elettricità). Se il Comune dunque cede le quote, non solo viene meno agli accordi con i quali è stata data in affidamento ad Acea ATO2 (spa controllata da Acea) la gestione in house del servizio idrico integrato – denuncia il CRAP – ma tradisce il voto referendario di oltre un milione e duecentomila romani”. Ad appellarsi all’esito del referendum del 12 e 13 giugno 2011 è anche il capogruppo Pd di Roma Capitale Umberto Marroni: “Non capiamo la velleitaria ipotesi di cessione di quote visto il risultato chiaro del referendum”.
L’accelerazione dell’operazione da parte di Alemanno farebbe presumere che “l’acquirente sia già stato trovato”: uno dei possibili candidati potrebbe essere Francesco Gaetano Caltagirone (l’imprenditore romano è il secondo azionista della società), che lo scorso mese ha venduto sul mercato lo 0,03 per cento delle sue quote, scendendo al 16,23 per cento di azioni detenute. La vicenda è seguita con attenzione pure dall’altro socio privato, il colosso francese Gdf Suez (che detiene l’11,5 per cento). Anche se adesso Alemanno si dice intenzionato a tener fuori i due azionisti di minoranza. “Eviteremo che chi già possiede più del 2 per cento del pacchetto azionario, possa comprare le quote messe in vendita dal Comune”, ha detto il sindaco alle parti sociali.
A rilevare parte delle quote azionarie della prima distributrice in Italia di acqua, sono pronti allora alcuni istituti di credito e il Fondo strategico della Cassa Depositi e Prestiti. “Una fetta poi – ha detto il sindaco – andrà in Borsa”. Ed proprio da lì che Caltagirone potrebbe continuare a comprare (il costruttore ed editore del Messaggero, nel giro di due anni, ha più che raddoppiato le sue quote in Acea). Poco chiare ancora le modalità della cessione. “Sulle società quotate – dice Alfredo Ferrari del Pd – la legge prevede la possibilità di trattativa privata con un investitore privilegiato”, cioè senza riversare i titoli sul mercato. Ipotesi questa inizialmente presa in considerazione, ma scartata in un secondo momento.
Il leitmotiv del Campidoglio pare essere “mettere in vendita proprio tutto… il vendibile”. Prima della manovra di bilancio, sarà presentata infatti in Assemblea capitolina un altro progetto per far cassa: la holding Roma Capitale. Un maxi contenitore in cui confluiranno tutte le spa del Comune, quelle indebitate e quelle godono di ottima salute: Ama (rifiuti) e Atac (trasporti) in primis, ma anche Zetema (la società che gestisce i musei e i siti archeologici della capitale), Risorse per Roma, Aequa Roma, Roma Metropolitane ecc…Una volta costituita, parte delle quote della holding verrebbero poi vendute. Insomma accorpare tutto per riuscire a dar via il 40 per cento delle aziende dei rifiuti e dei trasporti, entro la fine di quest’anno, come prevede la legge (trasporti pubblici e raccolta e smaltimento rifiuti sono gli unici servizi pubblici locali che verranno aperti al processo di liberalizzazione), al miglior prezzo.
Sarebbe difficile infatti poter piazzare sul mercato le quote di aziende disastrate con oltre 700 milioni di debiti (Ama). Più appetibile potrebbe forse essere, in vista soprattutto dell’aumento dei biglietto previsto per giugno, l’azienda che gestisce in house il servizio di trasporto urbano di superficie e metropolitano (Atac), ma i conti sono ancora lontani dall’essere riordinati. Insomma in due mosse Alemanno affosserebbe il voto di un milione duecento ventisettemila romani che hanno detto sì alla gestione pubblica dell’acqua, dei trasporti e dei rifiuti. “Il governo Monti non è il vangelo – attacca Marroni – il sindaco non approfitti della deriva neoliberista per fare forzature e svendere le società di Roma Capitale”. E promette: “Solleciteremo il Presidente del Consiglio per chiedere una moratoria ad un provvedimento ideologico che rischia di dare un altro colpo al tessuto industriale della città”. Non è solo l’opposizione ad attaccare le scelte infauste del sindaco. A chiedere un dietrofront sulla dismissione del 40 per cento di Atac e Ama, sono stati gli stessi assessori alla Mobilità (Antonello Aurigemma) e all’Ambiente (Marco Visconti), che hanno persino minacciato le dimissioni. Anche i lavoratori delle due municipalizzate sono già sul piede di guerra. E Alemanno, sulla privatizzazione di trasporti e rifiuti, adesso temporeggia. Se ne riparlerà in una delibera successiva. Intanto “col Bilancio di adesso saranno avviati la costituzione della holding (in cui come detto entreranno anche Atac e Acea) e il processo di privatizzazione di Acea”.
· da: ilfattoquotidiano.it, 15 marzo 2012
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